Gita viticoltura eroica delle 5 Terre: Giulia racconta
Quale posto e tempo migliore poteva essere scelto per riaprire il giro delle nostre degustazioni, se non le famose colline vitate incastonate nel paesaggio delle Cinque Terre? Io sono già carica, perché l’abbinamento poesia-vino non poteva cadere in una regione più adatta per me! Parte così, in una calda domenica di ottobre, la corriera carica di corsisti entusiasti e curiosi, alla volta dei Colli di Luni.
Gita viticoltura eroica delle 5 Terre: Pietra del Focolare
Ed eccoci quindi alla Pietra del Focolare, azienda che ho piacevolmente scoperto al Vinitaly di quest’anno, e che ora ritrovo volentieri in loco, visto che, a questo giro, avrò modo di degustare con molta più calma i vermentini che avevano già colpito i miei sensi a Verona.
Ci accolgono i proprietari Laura e Stefano, che ci proiettano subito nella in quella realtà, attraverso il racconto della loro storia e delle caratteristiche di quelle colline, baciate dal riflesso del mare.
Con una produzione di 30.000 bottiglie all’anno, i due vignaioli si concentrano quasi esclusivamente sul vermentino, attraverso il quale vogliono esprimere fortemente l’identità del loro territorio, esaltandone le varietà autoctone.
Il 10% della rimanente produzione riguarda dei notevoli vini rossi a base di Sangiovese, Merlot e Canaiolo, ottenuti dai vecchi vigneti che la coppia ha acquistato quando ha deciso di svoltare la propria vita, e dedicarsi al vino per pura passione.
Si parla della fine degli anni ’90 e dei primi anni del 2000, quando acquisiscono le prime vigne e la cantina, che nasce da un’antica balera e che ha più di cento anni.
Decisamente improntati su una linea naturale e biologica, la loro produzione verte su un metodo familiare, con trattamenti a mano e un tipo di vinificazione classica che prevede l’utilizzo di pochi lieviti e poca anidride solforosa.
A conferma dell’enfasi che questa azienda pone nell’esaltazione del proprio territorio vi è il fatto che il loro vermentino è quasi sempre in purezza; avviene a volte che utilizzino dei cloni sardi per poter dare dei toni maggiormente aromatici al vino.
Intanto, dolci note di musica classica provengono dalla cantina, non per niente ex-balera, così che siamo invitati ad entrare nel vivo della giornata: Laura inizia a spillare nei nostri bicchieri il mosto contenuto nelle botti di acciaio, dove è in corso la fermentazione dei vini vendemmiati a settembre…ebbene, riusciamo a scorgere chiaramente, fin dai primi sorsi, la differenza tra i mosti contenuti nell’acciaio, e si va dai più fruttati a quelli leggermente più complessi, dove iniziano a distinguersi anche le sfumature del terziario..
E’ così che, nota dopo nota e sorso dopo sorso, si inizia il valzer dei vini. Si parte da Augusto e Villa Linda, per raggiungere il climax con Solarancio e Vigna delle Rose del 2017 (il mio preferito). E come sempre, niente è mai per caso: Solarancio DOC, vermentino in purezza, con quel sole rosso dell’etichetta, dipinge splendidamente l’anima di questo vino che trionfa nei suoi immediati sentori di gelsomino e agrumi, magnolia e frutta matura, per arrivare a toccare le immancabili note minerali…e quindi sole e mare, sale e frutta matura, tutti prodotti dall’interazione tra l’esposizione dei terreni, il riflesso proveniente dal mare, e scisto rosso sgretolato dal sole, contenuto in questo vino color giallo paglierino, dotato di un notevole equilibrio.
Equilibrio che, secondo me, ha raggiunto la sua apoteosi nell’ultimo bianco che ci viene presentato, cioè Vigna delle Rose IGT, proveniente da vermentino, albarola, trebbiano, malvasia e ansonica, e giudicato maturo da tutti noi, in quanto caratterizzato, oltre che da una grande delicatezza olfattiva grazie ad un bouquet fiorito molto aromatico e ad una distinta vena sapida, anche da una buona freschezza unita a persistenza e complessità.
Chiudono questa prima parte della giornata due rossi di tutto rispetto: Saltamasso IGT 2016, proveniente da Sangiovese, Merlot, Massareta e Canaiolo, tanti frutti rossi con vene pepate, dai tannini giovani e gentili. E infine, un Merla del Becco DOC 2016, 90% Canaiolo insieme a vitigni autoctoni. Credo che questo rosso così carnoso e strutturato e dai tannini delicati, dove prevalgono il lampone e la ciliegia, insieme a note di eucaliptus e cannella, sia il gemello diverso di Vigna delle Rose: di grande equilibrio ed eleganza.
Conclusione del giorno: andiamo via con la consapevolezza che nonostante le scommesse sui suoi vermentini, a questa terra non manchino le carte per produrre anche vini rossi davvero piacevoli.
Gita viticoltura eroica delle 5 Terre: Azienda Possa
Fatta la “spesa” nella cantina di Stefano e Laura, riprendiamo il viaggio alla volta di Riomaggiore, prima perla delle famose Cinque Terre. E qui la sorpresa è che il pullman ci lascia a piedi in mezzo alla strada, dove ci attende il proprietario dell’Azienda Possa.
Non potevo chiedere di meglio: lui non ci guida subito alla cantina, ma verso le terrazze eroiche su cui ci racconta la sua storia. E qui ci sono dentro fino al collo!
Tra i muretti a secco che interrompono quelle pendenze, i miei piedi scendono le scalinate che gli anni scorsi ammiravo da lontano in veste di turista; il naso rimane colpito da quel profumo di rosmarino, limoni e lavanda che riempie l’aria, popolando gli spazi in mezzo agli orti; e le orecchie, vengono richiamate dal papero di famiglia che cerca di farsi notare in mezzo alle vigne eroiche.. E di eroico c’è proprio tutto qui: dalle terrazze, alla scommessa che questa famiglia ha fatto con se stessa venti anni fa, quando ha deciso di recuperare i vigneti abbandonati dai loro predecessori (alcuni dei quali hanno anche settanta anni), e di dedicarsi ad un tipo di agricoltura naturale e biologica, imperniata su diciotto diverse varietà di vitigni autoctoni, tra cui il picabon e il rossese bianco.
Mentre Heydi Bonanini ci descrive i sacrifici e le incognite che fanno parte delle regole del gioco della viticoltura di quei posti così magici e selvaggi, guardo il mare alle sue spalle e penso allo scotto che questi viticoltori hanno da pagare per questo paradiso: mareggiate, inondazioni, pietre da scavare, pendii ripidi, fatiche di vendemmie manuali.
Ma il segreto di tutto questo lo conosce solo un innamorato pazzo, e loro di certo lo sono.. e alla fine ci rendono partecipi di questa passione quando ci servono il frutto del loro amore lì, nella cantina, il cuore di tutto.
Iniziamo allora con Er Giancu del 2017, Albarola e Bosco da vigneti di 40 anni di età, bianco macerato sulle bucce per ventiquattro giorni, con fermentazione spontanea. Qui spiccano la macchia mediterranea e le erbe, gusto sapido, e la beva è scorrevole.
A seguire un secondo bianco, Cinque Terre DOC 2017, dove prevale il Bosco, insieme a piccole percentuali di quei vitigni autoctoni che l’azienda vuole recuperare, come il Rossese e il Picabon: anche qui si nota una accentuata vena sapida e salmastra, dovuta ai terreni marini sabbiosi e a quelli di arenaria. Procediamo con il rosso U Neigru, 50% Canaiolo e 50% Bonamico.
Anche qui riscontriamo note di macchia mediterranea, in armonia con erbe aromatiche. Cambiando registro, si passa ad un particolare vino, il Perseghin, nato dall’usanza di utilizzare i fondi delle botti insieme a quelli dello sciacchetrà, fino al momento finale in cui vengono messi in infusione con le foglie di pesco selvatico. Di colore rosa chiaro, con intenso sapore di fichi, cannella e agrumi canditi, con le sue leggere bollicine, potrebbe essere adatto anche per un aperitivo.
Ma eccoci finalmente,“dulcis in fundo”, all’agognato Sciacchetrà (fin da questo Vinitaly, durante il quale eravamo rimasti a secco..). Questo passito è ottenuto raccogliendo l’uva migliore, quella più colorita ed esposta al sole, sgranata a mano. Trionfa in bocca in tutta la sua eleganza e complessità, lasciando in bocca ricordi corposi di pesca, agrumi e albicocca.
Come sempre, tutte le cose belle finiscono troppo presto, ed è arrivata l’ora di raggiungere di nuovo il nostro pullman. Mentre aspetto gli altri, mi siedo e osservo dall’alto lo spettacolo di Riomaggiore tra mare e terra, tra le ultime luci del tramonto e le prime ombre della sera che avvolgono il paese in un abbraccio a forma di cuore. Mi sembra che, allora, quella sia la risposta ai miei dubbi, alla mia meraviglia di fronte all’ostinato e ammirevole “eroismo” di tanti viticoltori, che riescono a rendere possibile il miracolo nato dal sudore e dalla passione, e ce lo servono in maniera semplice, in un bicchiere.
Giulia Calamida