Roald Dahl è stato uno scrittore inglese di origini norvegese molto apprezzato per i suoi romanzi per l’infanzia. Sfido chi non conosce “La fabbrica di cioccolato”, “I Gremlins” o “Il GGG”. Invece forse non tutti sanno che Dahl era anche un grande appassionato di vini, in particolare quelli di Bordeaux, tanto che alla sua morte nel 1990 la vedova si è ritrovata a gestire una cantina di ben 30000 bottiglie di cru bordolesi di grande valore.
“Il Palato” è un racconto breve che narra la storia di Mike Schofield, agente di cambio e collezionista di vini pregiati e del suo amico Richard Pratt, noto buongustaio e intenditore che si rifiutava di fumare per timore di guastarsi il palato e aveva l’abitudine di riferirsi al vino come se fosse una creatura viva: “un vino prudente” oppure “un vino bendisposto, benevolo e allegro”. Quando Mike lo invitava a pranzo amavano scommettere tra loro: il collezionista donava un cartone di vino se Pratt avesse indovinato il nome e l’annata del Bordeaux servito a tavola. Quella volta Mike ha pronto un vino estremamente raro e pertanto decide di alzare la posta in gioco per la scommessa: Pratt mette in palio le sue case, chiedendo in cambio la mano della figlia di Mike nel caso dovesse vincere. Sicuro della vittoria, Mike accetta, ma Pratt pian piano riconosce tutte le caratteristiche del vino e addirittura indovina esattamente l’etichetta! In quel momento arriva la cameriera e … non voglio rovinarti la sorpresa, mi sa che devi leggere il racconto per scoprire il colpo di scena finale.
Quello che ci interessa adesso è che nel racconto si fa riferimento a due etichette precise.
Mosella Geierslay Ohligsberg del 1945.
“Geierslay era un paesino sulla Mosella, quasi completamente sconosciuto fuori della Germania. Disse anche che il vino che stavamo bevendo era piuttosto raro, perché la produzione di quel vigneto era così limitata che era più o meno impossibile per uno straniero procurarselo”. “La grande cosa del Mosella è che è il vino perfetto da servire prima di un Bordeaux. Molti servono invece un vino del Reno, ma semplicemente perché non se ne intendono. Un vino del Reno può uccidere un Bordeaux delicato, lo sapevi? Servire un vino del Reno prima di un Bordeaux è un fatto barbaro. Un Mosella invece… ah!…il Mosella è perfetto”.
Château Branaire-Ducru del 1934.

La storia di questo domaine inizia nel 1680 quando Jean-Baptiste Braneye notaio reale a Bordeaux intuendo le straordinarie potenzialità del terroir pietroso, acquista parte del domaine Beychevelle. I suoi discendenti, la famiglia Du Luc, fanno costruire l’attuale castello nel 1824. Esso in perfetto stile neoclassico possiede il fascino tipico delle residenze palladiane. La tenuta fu poi ereditata da un parente, Gustave Ducru e rimase proprietà della famiglia fino al 1919.
La classificazione ufficiale dei Medoc Grand Crus Classés fu stabilita durante l’Esposizione Mondiale di Parigi nel 1855 su richiesta di Napoleone III. Branaire-Ducru era uno dei 61 vini in classifica.
Nel 1988 un nuovo gruppo familiare presieduto da Patrick Maroteaux prende il comando del domaine. Grazie al suo lavoro e all’innovazione, oggi Château Branaire-Ducru è uno dei migliori cru del Médoc.
Si deve a Maroteaux la ristrutturazione totale delle cantine nel 1992 che ha previsto l’installazione dei primi serbatoi a gravità di Bordeaux e l’utilizzo della vinificazione parcellare in piccoli tini, con estrazioni dolci, che se da un lato ha abbassato il rendimento dall’altro ha alzato il livello della qualità. Anche la strategia commerciale è cambiata. Se prima il mercato era solo quello francese, negli ultimi decenni Château Branaire-Ducru esporta in tutto il mondo. Sempre a Maroteaux si deve la produzione di un secondo vino, il Château Duluc de Branaire-Ducru, ottenuto da una selezione dei vitigni più giovani del domaine.
Château Branaire-Ducru si trova nel cuore del Medoc, tra Margaux e Pauillac, nella zona della denominazione Saint-Julien. Le viti crescono in un miscuglio di ghiaia e ciottoli, depositati dal fiume Garonna nel periodo quaternario. Dall’alto delle loro collinette, chiamate “tumuli”, dominano il vasto estuario della Gironda, chiamato localmente “il fiume”.
Terroir e vitigni
Il vigneto è composto da un quindicina di micro-terroir diversi e si estende su 60 ettari (quasi 150 acri) da est a ovest attraverso la parte meridionale della zona della denominazione. L’età media delle vigne è di 35 anni ma alcune di esse raggiungono la cinquantina di anni e altre sono centenarie.
Crescono nei terrei alluvionali silicei e ghiaiosi del quaternario che rendono questo terroir uno dei più caldi della regione. Di conseguenza, le uve Cabernet Sauvignon raggiungono una perfetta maturazione fenolica, mentre il Merlot prospera su letti di argilla.
Come è facilmente intuibile, per quanto riguarda i vitigni, il Cabernet Sauvignon rappresenta il 65% mentre Il 28% è Merlot, ottimo per rendere i vini rotondi e morbidi. La quota del 3% di Cabernet Franc si basa sulle note floreali del vino. E, ultimo ma non meno importante, il 4% di Petit Verdot, caratteristica varietà Médoc aggiunge sentori speziati alle miscele più pregiate.
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