Il grande negozio di giocattoli di Giulia Calamida

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Il grande negozio di giocattoli di Giulia Calamida.

Dopo un tragico risveglio e una rocambolesca corsa contro il tempo verso l’autobus che alle 6.00 del mattino doveva partire con destinazione Verona, una volta vinta la prima (ma non calcolata) sfida della giornata, e aver finalmente raggiunto il mio agognato sedile accanto ai miei compagni di corso, già in pole position ai loro posti, iniziava il viaggio verso la seconda, grande sfida: quella di riuscire a degustare, con criterio, più vini possibile al tanto atteso evento del Vinitaly.

In effetti, è sempre stato questo il mio più grande interrogativo: sarei riuscita a degustare almeno un vino che rappresentasse ogni singola regione del nostro Bel Paese? O mi sarei allegramente persa fra le centinaia di stand che popolavano quell’area immensa, esattamente come quando, da bambina, misi piede per la prima volta da Hamleys, il famoso gigantesco negozio di giocattoli londinese? Sette piani di pura scoperta, una sorpresa dopo l’altra…bene, credo che la conclusione sia chiara e scontata. E, in proporzione all’età e alle aspettative, direi che la mia prima volta al Vinitaly è stata ancora più esaltante e ricca di nuove scoperte, rispetto a quella vissuta da bambina di 10 anni, persa nel vecchio caro negozio di giocattoli di Regent Street. Infatti, al Vinitaly iniziavo a toccare con mano quello che, fino a pochi giorni prima, avevo ascoltato e appuntato durante le lezioni di enografia; avevo ora l’occasione di poter confrontare sul campo le mie impressioni con quelle dei miei compagni di corso, ma soprattutto, avevo davanti a me i volti che, durante le lezioni, rappresentavano le famose etichette dei vini spiegati, decantati, assaggiati e descritti sui quadernoni.

Non solo fascette, gradazioni alcoliche, e schede di degustazione, ma anche volti e vite, da nord a sud..quelle dei produttori, che ci mettono tutta la loro perizia e passione, le loro vite che ti si spiegano davanti..vite che ti inebriano di frutta esotica, dai finali burrosi, come quelli del bianco friulano Braide Alte Livon del 2016 che, condiviso anche con le mie compagne di corso, pareva rimanesse impresso nel naso come un profumo che si indossa…

Vite che ti immergono nei profumi di macchia mediterranea e di rose, come quelli del Brut Rosato delle Ripalte dell’isola d’Elba, con quelle bollicine setose che accompagnano la sensazione di freschezza fruttata che rimane sul palato.

Per poi fare un salto in Sardegna, così affine alla cugina Elba per paesaggi, odori, clima e sapori….ma unica anch’essa nel rappresentare il suo carattere attraverso la lungimiranza e la grandezza della Juighissa Vernaccia di Oristano che, a mio parere, è davvero degna di portare il nome della storica giudicessa Eleonora D’Arborea. Un vino di color giallo paglierino con riflessi ambrati, rotondo e caldo, invecchiato in botte diversi anni, caratterizzato da sentori di mandorle e fiori secchi. Qui gioco in casa e, degustando a occhi chiusi, per me è ancora più facile richiamare alla mente il ricordo dello splendido territorio costiero del Sinis, e sentire le brezze marine che spirano sui vigneti di quei terreni sabbiosi, che ne assorbono gli aromi del mare.

Dalle spiagge del Golfo di Oristano alle dolci colline marchigiane della zona di Macerata, il passo è breve…e il filo conduttore è sempre quel sentore di mandorle che, dalla terra sarda,  ritrovo insieme a un po’ di nocciola, anche nel Verdicchio Villa Bucci Riserva 2015, accompagnato da quelle note fiorite e speziate che lo rendono complesso ed armonico, anche grazie a quel tocco minerale che rappresenta l’unicità del suo vitigno.

Ma eccoci ora in Alto Adige! ed entriamo subito nel vivo di questi territori montani e dall’atmosfera antica che risale ai monaci Agostiniani con il Sylvaner Abbazia di Novacella 2017, vino bianco, 100% omonimo vitigno, che ci incanta con i suoi sentori freschi di montagna, fioriti e vegetali. Dal Sylvaner al Gewurztraminer della stessa cantina il passo è breve, ma adesso, e non mi ricordo più come, quasi dietro l’angolo ci fermiamo all’estremo ovest delle colline del Collio, vicino a Medana e ai confini con la Pianura Friulana, dove troviamo l’azienda agricola Pulec.

 

Di nuovo riperdiamo il gruppo, perché io e Martina, commossa dalla varietà e raffinatezza di questi vini sloveni, non abbiamo potuto sottrarci alla gentilezza del produttore che ci ha travolto con diversi esempi delle loro eccellenze. Iniziamo con la Ribolla Gialla del 2016, che spiccava per i suoi riflessi dorati e profumi floreali, e procediamo volentieri con un Tokaj, sempre 2016 che, con le sue note mandorlate, ci fa da preludio al Konrad belo, che nasce da uve Chardonnay, Sauvignon e Ribolla Gialla. E qui Martina inizia a perdere la testa per quell’aroma di vaniglia così caratteristico di questo vino, che è pieno di corpo, caldo e armonico e, che, già ad una prima analisi olfattiva, ti riempie con  promesse fatte di profumi di fiori e frutta matura, poi confermate da un gusto pieno e rotondo che rimane in bocca e che ci fa indugiare pure tra Moscati e Rosati di quella simpatica cantina . Ripescate dai nostri compagni di viaggio, dopo un tempo che non riesco bene a quantificare, riprendiamo il nostro cammino, già un po’ nostalgiche di questa bellissima parentesi di confine.

Per ora abbiamo attraversato solo 5 o 6 regioni, ma il tempo vola al Vinitaly, come i nostri piedi, che non sanno più dove orientarsi…più giriamo e più aumenta la confusione nella scelta degli stand da visitare…una cosa è certa: anche se a volte ci ha guidato il caso, siamo sempre riusciti a cascare in piedi e col calice in alto! E infatti, anche la seconda parte della giornata, preceduta da una sana e lunga pausa pranzo, si rivela molto proficua, e ci rimette in gioco, freschi quasi come alla partenza!

Non a caso, però, vengo riportata di nuovo in Sardegna, complici il nostro Andrea, e la mia cara Martina, ormai sarda di adozione: siamo entrambe tacitamente attratte da un bell’Assajé Capichera 2015, vino rosso caldo, strutturato e avvolgente, ricco nei profumi di frutti rossi e neri, e spezie dolci..insomma, degno rappresentante del terroir della Gallura e di uno dei vitigni tipici sardi, il Carignano, qui utilizzato in purezza. Una nota interessante sul significato del suo nome: in gallurese Assajé significa “è già qualcosa”, riferendosi al fatto che la sperimentazione sulla vinificazione in rosso lanciata da Capichera avesse avuto successo. Infatti, Assajé IGT Isola dei Nuraghi è stato il primo rosso prodotto dalla cantina.

Chiuso definitivamente e con soddisfazione il capitolo sardo, ci prende una certa ansia mista ad un senso di colpa nei confronti delle altre rimanenti quindici o sedici regioni che aspettavano sempre  di essere  degustate, territori ancora inesplorati…quindi, attraversiamo di volata la Toscana, sotto lo sguardo perplesso del gigantesco e familiare gallo nero, che ci perdonerà per non esserci fermate nel cuore del Chianti Classico; ma in realtà, il mio è solo un “ciao, arrivederci e a presto”, visto che, ormai, essendo io toscana di adozione, posso permettermi la grandissima fortuna di concedermi con calma qualsiasi tipo di tour eno-gastronomico fatto“a modo”, e soprattutto con una certa dose di consapevolezza, dall’esperienza del Vinitaly in poi.

Siamo ormai vicini all’ora della partenza, sono le 17.00..ed eccoci subito nelle fantastiche Cinque Terre: ovviamente a tutti viene in mente un nome: Sciacchetrà, così magnificamente decantato durante una delle prime lezioni in classe, che non poteva non essere in quel momento ricordato e desiderato da tutti noi…peccato che, invece, questo conto se l’erano già fatti in tanti, in quanto del famoso passito ormai non rimaneva più traccia…anzi, sentore…E comunque, tanto per ribadire il famoso detto “chiusa una porta, si apre un portone”, siamo ben felici di proseguire sui Colli di Luni, dove ci facciamo prendere la mano, e soprattutto i bicchieri, dalla Cantina La Pietra del Focolare, che ci ha trascinato, con un notevole colpo di coda, in un giro di quattro assaggi dei loro vini bianchi, partendo nell’ordine da: Colli di Luni Vermentino Villa Linda, dove l’omonimo vigneto trionfa in purezza, per continuare con un Colli di Luni Solarancio, la cui percezione, prima ancora che dall’esame visivo e olfattivo, in quel momento partiva, nella mia testa, dal suo nome, che già conteneva tutto: i profumi dei fiori in una terra riscaldata dal sole, abbracciati dall’aria che sale dal mare e che li confonde con il sale, sotto lo sguardo del sole arancione che tramonta placido su quelle colline; e siamo al terzo ligure, Vigna delle Rose IGT del 2017, in onore proprio di quelle rose fiorite tra i filari dei vigneti dove questi produttori raccolgono manualmente le loro uve..quasi mi sembra di vederli a primavera inoltrata sotto quel sole arancione..stesso sole che campeggia sull’ultimo Vermentino che questa coppia di produttori ci fa assaggiare, l’Aura di Sarticola del 2016, dove riconosco note di miele e profumi di macchia mediterranea, unite all’immancabile mineralità tipica di questo vino.

Non ho lasciato per caso nel finale la Lombardia, la primissima regione che abbiamo deciso di visitare appena arrivate. Anzi, mi viene spontaneo collocarla proprio nella riflessione che chiude la nostra breve ma grande esperienza del Vinitaly 2018.

Per quanto mi riguarda, infatti, la giornata sarebbe dovuta partire proprio dalle mie amate bollicine della Franciacorta, che era diventata un chiodo fisso, ma non prima di aver inaugurato il nostro percorso nell’ Oltrepò Pavese, con un bellissimo Brut Cruasè Saignée della Rocca di Conte Vistarino, Pinot Noir in purezza. Direi che io e le altre mie compagne di corso siamo rimaste colpite dall’eleganza di queste bollicine sottili, che ci portavano subito al naso sentori di rosa e frutti rossi…e io mi sono riscoperta sempre più affascinata dal mondo dei vini spumanti rosati, che solo ultimamente si sono insinuati tra i miei preferiti.

A questo punto, sparate come tappi di gazzosa (pardon..spumante), io e Martina abbiamo abbandonato momentaneamente il gruppo, per tuffarci finalmente in Franciacorta…un mondo nel mondo potremmo dire..e le aziende sono così tante, che si ripresenta di nuovo l’effetto Hamleys…non sappiamo più dove fermarci, per cui lasciamo che il fato ci faccia approdare nello stand di Chiara Ziliani, e precisamente in due bicchieri di Franciacorta Docg Saten, 100% Chardonnay, 24 mesi sui lieviti e seta in bocca, più altri due di Franciacorta Millesimato del 2013… è stato difficile abbandonare questo nostro primo stand, ma lo facciamo con spirito di dovere. Ed eccoci di fronte all’elegante postazione del prestigioso Ca’ del Bosco. Ci lanciamo in un Cuvée Prestige Brut, freschissima cascata di bollicine fitte e persistenti, che si preannuncia al naso con le sue note agrumate e di frutta esotica, insieme anche a degli accenni di pasticceria. Mentre degusto e osservo, attraverso il bicchiere, la luminosità di questo Franciacorta, intravedo da questa trasparenza, i lunghi corridoi di questa zona specifica che, a destra e a sinistra, ti invitano ad entrare in cantine di tutte le dimensioni: dalle più note e conosciute come quella dove ci troviamo ora, Ca’ del Bosco, a quelle più piccole e circoscritte, ma non meno valide, che costituiscono uno dei tanti tasselli che compongono l’immensa varietà e l’eccellenza della realtà vitivinicola italiana. E ora, in maniera più generale, penso che non si potrebbe mai finire di scoprire e conoscere le mille differenze territoriali e culturali di un mondo così unico e allo stesso tempo vario, che vorresti possedere tutto, ma che per ovvi motivi di spazio e di tempo, puoi solo immaginare e imparare a conoscere a piccoli sprazzi. Insomma, questo Vinitaly si sta configurando un po’ come il giro del mondo in ottanta giorni, troppo breve per sperimentarlo davvero tutto, ma sufficiente per avere un piccolo assaggio di cosa sia davvero questo mondo attraverso le sue mille sfaccettature, le sue infinite manifestazioni di colori, profumi, tradizioni, territori che si aprono ad un viaggiatore curioso e mai sazio.

E alla fine, che cos’è il vino se non un viaggio? Viaggio nei tempi dei tempi, viaggio in infinite terre. Viaggio attraverso le rievocazioni di come il genio dell’uomo abbia saputo interagire fin dalla notte più antica con una pianta che da sempre lo ha accompagnato nel corso del suo cammino umano: la vite. Vite che è vita, a partire dalla mitologia classica che la identifica in Dioniso, fatto a pezzi e bruciato per gelosia di Era, ma dalle cui ceneri si narra sia nata la pianta della Vite, intrecciata ai misteri dionisiaci di morte e resurrezione. Dioniso: simbolo di gioia di vivere, ebbrezza e passione, con la sua breve vita che può essere letta come metafora della lavorazione dell’uva fino al suo trasformarsi in vino, secondo cicli perpetui, dalla raccolta a settembre, alla sua pigiatura, fino al processo di fermentazione, arrivando al vino dentro al bicchiere. Il ciclo della vita: nascita, giovinezza, maturità, vecchiaia, morte e resurrezione, filo comune di tutte le religioni dell’antichità, insieme al sacrificio, da cui possiamo accostare alla figura di Dioniso quella di Gesù Cristo, tutti e due simboli della vita, entrambi legati alla vite. “Vite” che in italiano ha la stessa radice etimologica di vita, che è affascinante ricollegare alla parola tedesca Wein (vino), che deriva da “weinen”, che vuol dire piangere, con un significato sicuramente collegato alla religione cristiana e al sangue di Cristo, versato per la salvezza umana, oltre che alla vita ottenuta dopo tante sofferenze e fatiche.

“Bere del vino è bere del genio” (C.Baudelaire)

E’ come se il filo conduttore fosse di tipo evolutivo: alla maturazione, all’abbondanza, alla prosperità ci si arriva, appunto, con il duro lavoro, con la fatica, l’esperienza, la cultura e la passione. Proprio quelle che ho intravisto nel mio breve percorso lungo i corridoi di questo Vinitaly, da nord a sud, le tantissime vite dentro a un bicchiere, la poesia che nasce dalla terra e dal sole. Per dirla con Ernest Hemingway,  “il vino è uno dei maggiori segni di civiltà nel mondo”.

Non vedo l’ora di riprendere il giro delle viti e delle vite all’evento dell’anno prossimo, consapevole del fatto che questo è solo l’inizio di un lungo viaggio!

Giulia Calamida

 

 

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